martedì 13 novembre 2012

E la casa dov'è?

 Segnaliamo questo interessante libro scritto dalla giornalista ravennate Carla Baroncelli, già del TG2 della RAI, sul dormitorio di Ravenna con le sue straordinarie storie di vita, Edizioni Ediesse.

 Sono andato alcune volte al dormitorio. La prima volta rimasi anche a pranzo con alcuni colleghi, alla fine del Convegno Nazionale dell’Auto-aiuto che si era svolto proprio a Ravenna nel Febbraio del 2006. Devo dire sinceramente che ci andai per Carla Soprani, e per Jonatan che avevo conosciuto da tempo e la cui storia mi era sembrata straordinaria. A Carla  faceva piacere mostrarci questa realtà e io, ma forse non solo io, non volevo dispiacere a questa donnina piccina, piccina, bianca, uscita da chissà quale tempo, ma con una forza, una volontà e un cuore straordinari e per la quale avevo imparato a provare una grande ammirazione e affetto. In realtà il sentimento che sentivo prima di andarci era quello tipico di quando si va a visitare luoghi simili dove ci sono persone in difficoltà, un crogiulo di sensazioni: senso di non appartenenza, timore di disturbare, di essere vissuto come uno che viene allo zoo, per vedere “le bestie in gabbia”, sensi si colpa, magari di essere identificato come qualcuno che conta e può fare qualche cosa, mentre in realtà è totalmente impotente, ma anche pregiudizi, persino un po’ di paura. In fin dei conti sarebbe durato poco. Arrivammo in gruppetto e nessuno ci considerò più di tanto, perché ognuno era impegnato a fare i propri servizi, meglio pensai. Visitammo la struttura e ancora nessuna parata per accogliere gli “ospiti illustri”, si  incontravano persone che si facevano gli affari propri, era la loro casa, e ci illustravano le regole della struttura, tutto sempre con molta dignità. Mi sentivo già meglio in questa atmosfera spontanea, concreta: ci era concesso di entrare in una dimensione reale non artefatta, quella di tutti i giorni, la differenze era costituita, come si fa in ogni casa in cui arrivano ospiti, da qualche piatto più ricercato nel menù che ci offrivano. Colpiva l’attività delle persone. Ci eravamo sistemati in cucina e c’era un gran daffare per preparare i cibi, apparecchiare, pulire. Tutti in movimento con Carla in moto perpetuo e pronta ad illustrarci tutto con la schiettezza che la contraddistingue, con la sua totale mancanza di formalismo. Il pranzo fu piacevole, cordiale e composto, mi ricordo degli ottimi tortelloni, che erano stati donati da un esercizio commerciale. Gianremo mi spiegò che tutti i cibi che venivano consumati lì provenivano da donazioni. Lo stesso era successo per una parte dei mobili. C’era grande dignità, compostezza, ancora niente di artificiale. Conversammo un po’ mangiando, io, in particolare con Jonatan, a cui mi sentivo vicino. Osservavo la eterogeneità delle persone presenti per età, sesso, razza, lingua, per le differenze di storie personali che presentavano, alcune le conoscevo, altre mi venivano riferite da Carla. Anche per le diverse ipotesi di futuro che presentavano, alcuni più roseo, altri decisamente incerto.  Pensavo alla difficoltà di convivere assieme, alle differenze di culture, carattere, abitudini, idee, fedi religiose e politiche, esperienze individuali e familiari. Sentimenti di accoglienza, di solidarietà e condivisione, ma anche di aggressività, rabbia, odio, paura, fatalismo, isolamento. Le difficoltà potevano acquietare tutto questo? Pensavo a come, per me, sarebbe stato impossibile vivere in una situazione simile con i miei comodi, le mie abitudini. Ma ne avevo  mai avuto bisogno? Chissà cosa sarebbe successo se mi fossi trovato in una situazione come la loro. Riflettevo sulla necessità delle regole che mi avevano descritto e della loro “dura” applicazione per consentire che  questa tranquillità, questo ordine “disordinato” prevalesse sui momenti di tensione ineluttabili e non portasse alla disgregazione.  Che realtà straordinaria e che persone quelle che la componevano, sia come ospiti che come operatori volontari!
Quando alla fine me ne sono andato, ho avuto la consapevolezza di avere avuto, quel giorno, una grande fortuna attraverso la visita al Dormitorio di Ravenna: quella di incontrarmi con una realtà e un’umanità che mi aveva e avrebbe continuato ad  insegnarmi qualcosa di importante per la mia vita.

MASSIMO CECCHI,
psicologo, psicoterapeuta, Firenze.

Nessun commento:

Posta un commento