Massimo Cecchi, Fausto Petrini: L’auto-aiuto e il mondo dei servizi e dei professionisti: sostegno ed investimento pubblico, 2009

1 Sviluppo dell’auto-aiuto

L’auto-aiuto, i gruppi di auto-aiuto e la filosofia che li sottende, hanno ormai ottenuto riconoscimento e diffusione non solo nel mondo del volontariato, ma anche tra gli operatori professionisti della salute e del sociale. Ciò ha trovato conferma nell’aumento del numero dei gruppi e dalla presenza dell’auto-aiuto nelle normative espresse a livello nazionale e locale (leggi, piani sanitari, ecc.). Si è maturata la consapevolezza di come queste metodiche siano uno strumento di fondamentale utilizzo ed efficacia nei confronti di gran parte dei disagi che le persone presentano, così che il loro impiego ha riguardato i settori più svariati, proponendosi come aiuto non solo per coloro che sono portatori di quei disagi, ma anche per i loro familiari e per la comunità2.
Nella ricerca portata avanti dalla Fondazione Devoto nel 20063 si è evidenziato un buon incremento dei gruppi avvenuto negli ultimi anni: ne sono stati censiti 3265, contro i 1603 del 1999, anno della precedente rilevazione. Di questi, 148 riguardavano nuovi ambiti (p.es. porno dipendenza, esposizione all’amianto, ecc.) e non solo, quindi, il settore tradizionale delle dipendenze da sostanze psicoattive (alcolismo) e comportamentali. La distribuzione geografica conferma come essi siano maggiormente presenti nel Nord del paese (63%) e nel Centro (24%), mentre l’Italia del Sud (9%) e le Isole (4%) vedono una minore distribuzione. Così, se possiamo rilevare l’aumento del numero dei gruppi e dei settori nei quali sono utilizzati, si deve ammettere come la diffusione dell’auto-aiuto e dei gruppi nel nostro paese sia ancora largamente insoddisfacente e limitata.
E’ indubbio come ancora poche persone, portatori di disagi li conoscano e utilizzano. Troppi professionisti della salute e del sociale ignorano e di conseguenza non si servono di questo straordinario “strumento”4. Pochi amministratori e politici percepiscono l’auto-aiuto come una risorsa sanitaria e ne tengono conto nella programmazione degli interventi, nella progettazione e nel loro finanziamento. Altri, operatori della sanità, del sociale e tecnici della politica, li conoscono e li apprezzano come strumento efficace e se ne servono nel loro operare. Pensiamo così che compito di questi professionisti sia quello di diffondere l’auto-aiuto, farlo conoscere e favorirne il pubblico investimento.




Vantaggi nell’utilizzo dell’auto-aiuto
Una premessa importante riguarda la considerazione, apparentemente scontata, che l’auto aiuto, oltre a dover essere incoraggiato e sostenuto, deve fondamentalmente aiutarsi da solo. Punto essenziale è la capacità che i gruppi, le associazioni, hanno di richiamare a se le persone che hanno un particolare disagio e di conseguenza attirare l’attenzione dei professionisti e degli amministratori che si occupano di quei problemi. L’auto-aiuto funziona principalmente per attrazione. Questo non può essere scordato per prima cosa dai membri dei gruppi stessi, che, non di rado, si aspettano passivamente di essere aiutati dal professionista o dall’amministratore. Se i gruppi funzionano e rispondono ai bisogni delle persone, ne attraggono altre che condividono lo stesso disagio. Così i professionisti che operano in quel campo specifico si accorgono della loro presenza, ne apprezzano l’efficacia e si avvicinano, con curiosità, interesse, a volte con fastidio, collaborando e, magari, scontrandosi. Conseguentemente si attira l’attenzione di amministratori e politici.
Ciò detto, è possibile e doveroso che professionisti e amministratori possano aiutare associazioni e gruppi attuando così una fruttuosa integrazione.
Il servizio pubblico dovrebbe investire sull’auto-aiuto perché i gruppi svolgono importanti funzioni rispetto alla cura, promozione e salvaguardia della salute nella comunità. Ciò avviene con un investimento di risorse limitato e un costo in denaro irrisorio, elemento questo non trascurabile nell’attuale situazione economico-politica. È così utile ricordare quali possono essere i vantaggi dell’investimento pubblico sull’auto-aiuto. Come è stato ampiamente mostrato, l’auto-aiuto è una straordinaria “risorsa sanitaria non professionale”, che viene mobilitata consapevolmente in una comunità per affrontare problemi sanitari o sociali5.

I gruppi sono uno strumento fra i migliori per la realizzazione di programmi efficaci per la promozione del benessere nella comunità.
La collaborazione dei professionisti, sia del servizio pubblico che privati6, con i gruppi di auto-aiuto è un modo per offrire prestazioni migliori ai propri utenti, rafforzandone l’efficacia e fornendo un aiuto al proprio operare, diminuendo la pressione sulle proprie risorse e/o sul servizio nel quale si lavora. I gruppi di auto-aiuto svolgono una funzione fondamentale nel sopperire alle carenze e ai limiti dell’intervento professionale pubblico o privato: le persone che ne fanno parte, trovandosi nella medesima condizione di disagio (fisico e/o psichico), riescono ad affrontare i loro problemi individuali e familiari tramite l’interazione che viene a svilupparsi all’interno del gruppo, con impegno e assunzione di responsabilità, senza delegarli, almeno totalmente, ai professionisti. Nei gruppi si sviluppano forme di aiuto specifico tra i membri per affrontare il problema condiviso, favorendo l’autoprotezione della propria salute da parte del cittadino, che impara, così, ad affrontare i problemi autonomamente, anche indipendentemente dalle forme tradizionali di assistenza. Nei gruppi i membri/cittadini imparano a percepire e sviluppare forme di cittadinanza attiva, un modello di partecipazione di fondamentale importanza per la tutela della propria salute e auspicabile da professionisti e amministratori in una situazione di carenza di risorse quale quella che viviamo. Attraverso i gruppi si ha un incremento dell’approccio preventivo e promozionale di primo e/o secondo livello nella popolazione rispetto a problemi vecchi e nuovi (dalle dipendenze alle nuove marginalità).
L’auto-aiuto, integrandosi con l’aiuto professionale, contribuisce all’umanizzazione dell’assistenza sanitaria e al miglioramento dei livelli di salute. Ciò concorre anche al decentramento dei servizi favorendo la partecipazione degli utenti alla loro gestione, aspetti altamente auspicati dalla moderna organizzazione sanitaria. I gruppi sono un esempio ammirevole di coordinamento tra gli interventi pubblici e privati, non sempre facile da attuare, ma assolutamente necessaria per evitare sovrapposizioni e sprechi7. Il modello d’integrazione tra servizio pubblico e auto-aiuto è un modello già provato con successo in altri contesti europei, per questo motivo la sua realizzazione non rappresenta che un adeguamento alle più evolute tematiche comunitarie in materia di welfare8.

Sostegno ed investimento nell’auto-aiuto
Nel campo delle possibili strategie di sostegno nei confronti dell’auto-aiuto sono ipotizzabili più livelli di soluzione: da quello che potremmo definire “micro”, non certo per importanza, basato sul conferimento locale delle risorse, ad uno “macro” riferito alla revisione legislativa in materia.
Investire sull’auto-aiuto significa, prima di tutto, adottare modalità per farlo conoscere e diffonderlo. Le risposte possono essere molteplici. Per prima cosa devono conoscerlo “a fondo” coloro che vogliono sostenerlo, onde evitare interventi con contenuti e modalità estranei a questo sistema ed ai gruppi in particolare. Poi
farlo conoscere agli altri, dargli visibilità.
Lo sforzo deve essere indirizzato a far conoscere l’auto-aiuto a tutti:
alle persone comuni, i cittadini, ai professionisti della salute e del sociale, ai colleghi, ai politici ed amministratori.
Dovremmo ormai essere concordi su come lo sviluppo dell’auto-aiuto sia un compito pubblico: un “investimento” per i servizi, le professioni, i responsabili delle politiche della comunità.
Si possono fornire risorse e/o fare in modo che ottengano finanziamenti, creare strutture di coordinamento. Nelle singole realtà, varie azioni sono state intraprese per contribuire al potenziamento dei mezzi a disposizione dei gruppi: dall’assegnazione più o meno convenzionata di spazi e strumenti per la conduzione delle riunioni (sedi, materiale pubblicitario, stampe, mezzi locomozione, telefono, ecc.), al coinvolgimento dei gruppi nei piani di prevenzione, nelle politiche d’intervento sociale e sanitario, nel tentativo di eliminare i pregiudizi ed includerli realisticamente in una politica di partecipazione. Questi elementi, tuttavia, non rappresentano che accorgimenti isolati da implementare ulteriormente da parte degli enti pubblici di gestione della salute.
Per valorizzare e sostenere i percorsi di auto-aiuto i tecnici possono/devono dare visibilità alle esperienze con le quali collaborano: facendole partecipare a momenti informativi rivolti ai propri pazienti o alla cittadinanza del territorio di riferimento, ad interventi di prevenzione e di formazione organizzati dai propri servizi, alla programmazione di questi. Facendo ciò viene dato riconoscimento a queste esperienze e quindi garanzia ai cittadini, ai colleghi professionisti, agli amministratori circa l’efficacia dell’auto-aiuto. Molte volte la funzione del professionista è esattamente questa: rassicurare, testimoniando che i gruppi funzionano bene, mettendo quindi il “bollino di qualità” a quell’esperienza.

Una possibilità ulteriore è quella di
far conoscere l’auto-aiuto e promuoverlo nella comunità scientifica attraverso la pubblicazione di articoli e monografie che forniscano i dati circa la loro diffusione (internet) e i risultati raggiunti. Inserire l’auto-aiuto nei corsi di formazione, nei convegni riguardanti le specifiche problematiche. È infatti attraverso la ricerca e la divulgazione scientifica che in molti paesi europei si è affermata la metodologia dell’auto-aiuto9. Va anche ricordato come la formazione specifica del personale delle istituzioni/strutture pubbliche e/o private è uno strumento utilissimo per far conoscere il self-help e aiutarlo a diffondersi. Si possono quindi organizzare corsi di sensibilizzazione, corsi di formazione vera e propria, conferenze, incontri, convegni su questo tema, che vedano, oltre i contributi teorico-tecnici, la presenza fondamentale delle esperienze di auto-aiuto. Da questi momenti formativi, infatti, nasce spesso tra i professionisti e i gruppi la necessità di conoscersi meglio e più approfonditamente. Per farlo è necessario integrarsi, partecipare a momenti comuni organizzati dai servizi e/o dalle associazioni di auto-aiuto: riunioni, momenti d’incontro e di formazione10. Sono queste le occasioni nelle quali gli operatori possono offrire anche la loro consulenza tecnico-scientifica riguardo la problematica affrontata nel gruppo. Da un lato, quindi, dovrebbe essere soddisfatta la necessità di risorse formative specifiche, non professionali e cliniche, che siano utili ai facilitatori dei gruppi, favorendo la possibilità di incrementare l’auto-formazione dei gruppi stessi in modo orizzontale, non specialistico e coinvolgendo tutto il sistema del self-help11. Allo stesso tempo, i gruppi rappresentano una grossa risorsa formativa, diversa da quelle convenzionali e integrabile nel patrimonio di conoscenze della sanità pubblica, dei professionisti, delle università. Le possibilità formative offerte dal mondo dell’auto-aiuto sono state evidenziate su più fronti. Un esempio emblematico proviene dal contesto dei Problemi Alcol Correlati, in cui le rilevazioni mostrano come i gruppi, in particolare i Club degli Alcolisti in Trattamento, siano la realtà in cui si realizza il maggior numero di interventi formativi specifici rispetto a questa problematica. Questa riflessione è esemplificativa delle potenzialità del modello e dovrebbe far riflettere ancora una volta sull’opportunità di favorire la creazione di spazi formativi gestiti dall’auto-aiuto, ma rivolti anche ai professionisti, in modo da promuovere il reciproco scambio di conoscenze, ma soprattutto la sensibilizzazione e la conoscenza verso il patrimonio rappresentato dai gruppi12. Tuttavia, lavorando in questa direzione, dovrebbe essere prevista la necessità di tenere sotto controllo il rischio di eccessiva sovrapposizione tra settori, limitando, di fatto, l’effettivo scambio tra conoscenze diverse. Per questo è necessario pensare a sistemi in cui la “leggerezza formale”, tipica del self-help, non corrisponda ad una generica mescolanza dei saperi, in cui si possa perdere il confine tra gli obiettivi dei professionisti e quelli dei gruppi. Tale volontà d’indipendenza è ben presente nel sistema di valori del mondo dell’auto-aiuto, difenderla è giusto per lo sviluppo stesso del “movimento del self-help”, nella misura in cui questo non costituisca un modello autoreferenziale o un rifiuto di quell’integrazione auspicata con i servizi.
Tra le altre soluzioni che i professionisti possono adottare per favorire lo sviluppo del mondo dell’auto-aiuto c’è senz’altro l’adozione di strategie trattamentali/riabilitative in grado di favorire il passaggio dei pazienti alla metodica di gruppo. La costituzione di momenti collettivi informativi in grado di introdurre il paziente ai percorsi ed alle dinamiche dei gruppi, con la testimonianza dei membri stessi, porta voci del metodo, è una pratica conosciuta (gruppi motivazionali, educativi, ecc.), anche se non sempre utilizzata. Una più stretta collaborazione tra le strutture pubbliche stesse potrebbe contrastare le frammentazione di questa risorsa, riducendo il rischio di renderla troppo dispendiosa rispetto al numero di pazienti raggiungibili (gruppi motivazionali informativi per più servizi). L’organizzazione centralizzata di tale percorso d’avviamento tra le varie strutture pubbliche potrebbe rappresentare il metodo per ottimizzare veramente le risorse spendibili nella connessione tra pubblico e mondo del self-help, potando così a compimento una strategia potenzialmente efficace.
Ricordiamoci, poi, che il modo più semplice e riconosciuto per valorizzare e sostenere i percorsi di auto-aiuto consiste nell’invio delle persone ai gruppi da parte del professionista. Va detto chiaramente che perché l’invio abbia una buona possibilità di riuscita, bisogna conoscere il gruppo al quale l’invio è rivolto, la sua “filosofia”, le modalità di lavoro, gli orari. Si rischia altrimenti di dare soltanto un indirizzo e un numero di telefono: in questo caso non ci si deve meravigliare se quelle informazioni rimangono inutilizzate.
Il coinvolgimento dei professionisti nel mondo del self-help può arrivare fino alla partecipazione di operatori alle esperienze stesse in veste di facilitatori, là dove questo sia consentito. Si tratta quindi di una presenza “interna” ai gruppi stessi e alle associazioni, anche se è ovvio che tale possibilità non è indirizzata a tutti13.
Per valorizzare e sostenere i percorsi di auto-aiuto si possono sostenere i gruppi nel momento della loro costituzione: è importante aiutare i membri a trovare una sede, magari all’interno delle strutture pubbliche nelle quali il professionista opera, facilitare l’accettazione della loro presenza da parte degli altri operatori che lavorano nella struttura, o da parte di altre associazioni, aiutarli a stampare il proprio materiale informativo, gestire strumenti (telefono, computer, sito web), ecc. Non è superfluo riflettere su quanto può essere importante questo tipo d’aiuto. L’esperienza di coloro che sono attivi nel self-help ci mostra come questo sia uno dei problemi più pressanti: trovare delle sedi dove i gruppi possano incontrarsi. I professionisti ricevono sempre richieste di aiuto da parte di associazioni per ottenere un luogo dove stare, perché quell’operatore interceda presso una circoscrizione del comune, una parrocchia, la ASL dove lavora. Sembra banale, ma una sede vuol dire essere identificati. Per le persone che vanno ai gruppi è molto importante sapere che in quel determinato posto, quel giorno, a quell’ora ci sono persone che si occupano del loro problema e gli dedicano del tempo. Questa è una richiesta rivolta non solo ai colleghi dei servizi, ma anche agli amministratori. Bisogna riuscire ad offrire un posto dove le persone possano trovarsi. Viene risposto spesso dagli assessori preposti, che non si possono dare strutture fisse. Ma i gruppi non vogliono strutture fisse, vogliono situazioni in “con-proprietà”, per così dire, in cui, a turno tra le associazioni, si possa usufruire di spazi certi. Le amministrazioni potrebbero quindi creare delle “Case dell’Auto-aiuto”, che raccolgano tutte le esperienze, riconoscendo così il valore che esse assumono per la comunità che le ospita.
In continuità con questo tipo di proposta, le Istituzioni avrebbero la possibilità di implementare strutture di coordinamento tra A
ssociazioni/Volontari/Professionisti che rendano l’auto-aiuto fruibile dai cittadini (coordinamenti, clearinghouses, ecc).
Uno sguardo ai modelli di sostegno all’auto-aiuto adottati nel nord Europa porta ad interrogarsi sull’opportunità di costituire centri, servizi dedicati, adeguando il modello già adottato nell’ambito del volontariato. In linea generale, nei paesi in cui siano presenti centri di supporto per il self-help (clearinghouses), i gruppi hanno la possibilità di trovare sostegno per la fase di avvio e per la consulenza formativa necessaria14. Sono strutture che hanno la possibilità di indirizzare le persone portatrici di disagi verso le esperienze specifiche, dando contemporaneamente garanzie ai cittadini che vi si rivolgono (gruppi ed associazioni conosciute e di comprovata esperienza) e ai gruppi stessi (riconoscimento). Le attività specifiche dei centri servizi per l’auto-aiuto riguardano anche il monitoraggio e l’aggiornamento degli indirizzari dei gruppi presenti sul territorio, la fornitura di supervisione per particolari momenti di difficoltà nella storia del gruppo, il reperimento o fornitura delle risorse quali ad esempio le stanze per gli incontri o la produzione di materiale informativo15. Facendo questo promuovono i gruppi e le associazioni 16.
La costituzione di centri specializzati nel sostegno alle attività di auto-aiuto sia nazionali, che regionali e locali è inclusa fin dagli anni ’80 tra le raccomandazioni della sezione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che identifica questa misura quale mezzo ideale per diffondere la filosofia dell’auto-aiuto ed assistere i gruppi nelle loro funzioni ed attività17.
In Italia, l’attività delle clearinghouses può essere comparata a quella già esistente dei Centri Servizi per il Volontariato18, tuttavia per accedere a tale canale di supporto i gruppi di self-help devono costituirsi legalmente in un’associazione, snaturando secondo alcuni la loro essenza originale19. Oltre a questo, molte sono ancora le perplessità interne ai gruppi stessi per quanto riguarda il livello d’indipendenza garantito da un eventuale coordinamento tramite organismi centralizzati, specie se pubblici. L’esperienza estera ci mostra come sia possibile prevenire il rischio di assoggettamento passivo, tuttavia queste perplessità sembrano essere più fondate in un contesto socio-politico come quello italiano, in cui alla fornitura di servizi corrisponde spesso un criterio più orientato al clientelismo che alla salute pubblica. Se quindi il modello delle clearinghouses composte dalle sole persone che vivono il problema è ancora lontano dal trovare realizzazione, l’adeguamento dei centri servizi esistenti per rispondere alla naturale “agilità” dei gruppi sul piano economico e burocratico è senz’altro auspicabile.
In quest’ottica, l’aggiornamento del contesto normativo ed il suo “alleggerimento” per favorire la natura dei gruppi, sono il punto di partenza per tutelare tale approccio. Allo stesso tempo, però, la sua realizzazione in Italia deve tenere conto delle particolarità culturali molto legate ad un’idea tradizionale di volontariato. Non devono essere sottovalutate inoltre le peculiarità del nostro sistema legislativo e politico che tendono a favorire più le istanze di controllo che una pragmaticità trattamentale.

Sicuramente è necessario il pubblico riconoscimento politico da parte delle istituzioni nei confronti dei gruppi e delle realtà di auto-aiuto. Questo attraverso l’inserimento nei Piani di Zona dei Comuni, delle Asl, nei Comitati di Distretto, dei gruppi e delle associazioni presenti nel territorio come soggetto “politico”. La loro esperienza può fornire uno specifico apporto nel disegnare politiche locali che diano spazio alla partecipazione dei cittadini, come previsto dalla già citata legge n. 328. Infatti cittadinanza attiva significa anche questo: che la salute è un bene sul quale ogni persona ha una responsabilità diretta che non annulla il ruolo determinante che possono svolgere i servizi professionali, ma allarga i livelli di intervento in una logica integrata20.
Molti gruppi chiedono che il riconoscimento avvenga anche attraverso una legge specifica sull’auto-aiuto, ma questa proposta ne trova altri contrari in quanto si teme un’istituzionalizzazione, che apporterebbe vantaggi, ma anche rischi. Su questo piano il primo riferimento esplicito alle forme di auto-aiuto è piuttosto tardivo. Rispetto alla legge quadro n. 266 del 1991 “Legge quadro sul Volontariato”21, il riferimento esplicito alle forme di auto-aiuto compare solamente nel 2000, all’interno della legge n. 328 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” 22. Prima di tale riferimento non esisteva probabilmente alcun richiamo esplicito che includesse i gruppi di self-help tra le forme di volontariato, lasciando così le regioni prive di coordinate per introdurre, sostenere ed eventualmente finanziare quella che rappresenta una forma di volontariato atipica (perché anche auto-diretta). Benché la norma sia ancora insufficiente nel riconoscere una specificità dell’auto-aiuto, è importante che grazie ad essa sia stata sdoganata l’inclusione a pieno titolo dei gruppi nella rete dei servizi di volontariato (Art. 1, comma 5; Art. 6, comma 3 lett. a). Emerge infatti da essa la volontà di favorire l’integrazione e lo sviluppo della comunità tramite l’inclusione delle attività dei gruppi nel coordinamento dei piani di zona. (Art. 19, comma 2, lett. a). La legge sembra così rispondere ad una direzione di sviluppo del welfare in grado di superare le distinzioni tra privato, pubblico e volontariato grazie all’adozione di modelli di potenziamento della comunità basati sul rinforzo dei network professionali, raggruppando possibilmente tutti coloro che lavorano su problemi specifici in un modello ispirato ai comitati di consulenza professionale23.
Come già detto, benché la legge n. 328 rappresenti un grosso passo avanti per lo sviluppo del movimento dei gruppi, essa fa ancora riferimento ad un inquadramento dell’auto-aiuto quale caso atipico assimilabile al mondo del volontariato, cosa ancora discussa. In questo modo il sistema normativo non riesce a favorire l’emersione delle risposte ai problemi ed alle necessità di sviluppo specifiche dei gruppi. Pur essendo state favorite alcune concessioni sul piano economico-fiscale (ad esempio è consentita da alcune regioni la presentazione di progetti per la richiesta di contributi ai servizi per il volontariato), le leggi attuali non sembrano in grado di dare risposta alle necessità specifiche riguardanti, per esempio, la privacy dei membri, l’auto-finanziamento, la gestione delle consulenze esterne, ecc.
Questi interventi fanno riflettere su un altro aspetto importante, ovvero se  l’auto-aiuto abbia bisogno di denaro. La risposta non è facile. I gruppi di per se non hanno bisogno di soldi direttamente. Hanno, come si è visto, necessità di mezzi: sedi, telefono, computer, stampa materiale informativo, sito web, mezzi di locomozione, ecc. I gruppi stessi si avvalgono di modalità interne per procacciarsi i soldi necessari per queste attività (quote mensili da versare all’associazione, collette, raccolta di fondi, p.es. settima tradizione di Alcolisti Anonimi, ecc.).
Un aiuto economico da parte del servizio pubblico può essere utile, specie nelle fasi di inizio dell’attività del gruppo. Il denaro risulta necessario per la promozione e mantenimento delle strutture di coordinamento (coordinamenti, clearinghouses, ecc.) . Queste, generalmente là dove non operino solo volontari, sono tenute da professionisti e/o impiegati che necessitano di stipendi o rimborsi spese. Il dibattito su questo tema, presenza del denaro nelle attività di auto-aiuto, è molto attuale ed acceso, come pure nel mondo del volontariato. La gratuità dell’intervento e della propria attività offerta nel gruppo, la possibilità che alcuni membri o operatori percepiscano del denaro per attività collegate e/o simili (p.es. rimborsi spese per i facilitatori) è ancora motivo di discussione, anche se ci sembra di poter dire che c’è maggiore elasticità e tolleranza. Punto fermo rimane la fruizione gratuita del gruppo da parte dei membri.
Ricapitolando si potrebbe dire che per uno sviluppo sufficiente della cultura del self-help e sfruttare a pieno le sue possibilità di integrazione ai servizi esistenti, sarebbe auspicabile un adeguamento normativo tale da favorirne la piena partecipazione al sistema del welfare, ma anche in grado di sostenere l’individuazione delle soluzioni specifiche di cui tale contesto necessita. Tale revisione parte senz’altro anche dall’individuazione di criteri sufficientemente elastici per identificare cosa s’intenda per auto-aiuto in Italia e cosa invece ne venga escluso. Questi, infatti, dovrebbero essere in grado di rispettare la naturale volontà di auto-determinazione che contraddistingue la formazione dei gruppi. L’adeguamento legislativo, infine, potrebbe rappresentare un passo concreto verso l’inclusione reale e non solo formale nei Piani di Zona, contribuendo così allo sviluppo dei gruppi quali soggetti comunitari attivi nella costruzione di benessere. Risulta così importante far conoscere agli amministratori, ai politici, l’efficacia dell’auto-aiuto, come strumento, risorsa sanitaria e sociale, che si integra all’intervento specialistico professionale, migliorando la qualità dell’intervento stesso, rendendolo più completo e sollevando il servizio pubblico da compiti e prestazioni. Si entra così in quell’ottica del risparmio che sempre più caratterizza i nostri servizi e i tempi che viviamo.

Svantaggi del sostegno e investimento nell’auto-aiuto

Se, quindi, sono molteplici i vantaggi per il servizio pubblico nell’investire sull’auto-aiuto e promuoverlo, e molteplici le modalità per farlo, bisogna anche riconoscere che ci sono dei pericoli, principalmente, per l’auto-aiuto stesso nell’ottenere questi investimenti. Quali siano questi rischi è ben chiaro a chi conosce le modalità operative e la filosofia dei gruppi e delle associazioni, così come la logica delle istituzioni e dei professionisti. La promozione dell’auto-aiuto da parte dei servizi e delle amministrazioni porta a quella che si potrebbe definire una “istituzionalizzazione” dell’auto-aiuto, che prevede regole, norme, leggi, regolamenti, statuti. ecc. che possono arrivare ad indicare chi può partecipare, che titoli avere, orari, scopi, ecc. per avere, in cambio un riconoscimento politico ed economico. Ciò potrebbe portare i gruppi ad accettare anche la delega nella soluzione di problemi che non competono loro, ma che il servizio gli chiede di svolgere. Il rischio presente in qualsiasi intervento istituzionale volto al coinvolgimento del mondo dei gruppi di self-help è quello di formalizzare eccessivamente la loro esistenza ed il loro rapporto con i servizi, limitando così la naturale flessibilità e spontaneità dell’auto-aiuto. Si attiverebbero così “procedure” più o meno esplicite di “controllo” sull’auto-aiuto. Tutto questo può, ovviamente, togliere libertà al self-help. Il rischio è di realizzare una connessione che porti ad una sostituzione (o presunta sostituzione) in alcuni settori del ruolo dei servizi, cosa che sta già accadendo attraverso l’adozione di convenzioni e appalti a strutture private. Questa possibilità, oltre a non essere ovviamente proficua sul piano pratico, non rappresenta un elemento utile a quell’integrazione dei saperi intesa come incontro tra conoscenze diverse e non omologazione delle stesse.
Si rischia anche che il self-help diventi una tecnica psicoterapeutica e/o riabilitativa (vedi già le molte offerte in internet di corsi sull’auto-aiuto a pagamento per professionisti), e/o un apparato di quella determinata istituzione (p.es. ogni servizio con i suoi gruppi e associazioni di riferimento), quindi una “professionalizzazione” dell’auto-aiuto24. Si inseriscono nei gruppi giovani professionisti attirati dalla bontà del metodo e dalla sua efficacia, vogliosi di farsi una professionalità sull’auto-aiuto e, più o meno esplicitamente, ottenere qualche soldo da un progetto.
Nel dibattito sulle strategie per favorire la visibilità e l’impiego dell’auto-aiuto si sente parlare anche della necessità di introdurre metodi di valutazione e verifica dell’efficacia terapeutica derivanti dal mondo scientifico (statistiche, ricerche, ecc.) in cambio di riconoscimenti. Per alcuni autori l’adozione di criteri ispirati alla Evidence Based Medicine per la verifica di efficacia potrebbe rappresentare un utile mezzo per certificare i risultati del self-help25. Tuttavia è bene interrogarsi anche su quanto la richiesta di adottare un metodo di studio tipicamente professionale sia sostenibile dalle persone coinvolte nei gruppi e soprattutto se essa comporti il rischio di inficiare gli stessi fattori terapeutico/riabilitativi insiti nella metodologia.
L’auto-aiuto rischia anche di divenire un intervento “idealizzato”, un “santino” da mettere nei programmi, nei depliant dei servizi o nei progetti “da presentare in Regione” per ottenere un finanziamento, in quanto l’auto-aiuto “è bello, buono e funziona sempre”. Spesso gli si consegna un’appartenenza “politica” a quello o quell’altro schieramento e lo si inserisce in manifestazioni, momenti pubblici, arrivando ad una “policitizzazione” dell’auto-aiuto. Inoltre, per ottenere riconoscimenti come il finanziamento di progetti, le associazioni sono spesso costrette a partecipare a bandi di concorso che prevedono la presentazione di modelli complicati, avulsi dalla realtà e tradizione dei gruppi medesimi.
Tutto questo può rendere l’auto-aiuto meno attivo e protagonista, dipendente dall’istituzione, sempre in attesa del pubblico intervento: dall’invio delle persone ai gruppi sino all’organizzazione di eventi, ecc.
Questi pericoli, dei quali devono essere consapevoli sia i gruppi e le associazioni che i professionisti e gli amministratori, non inficiano gli indubbi vantaggi legati all’integrazione di cui abbiamo parlato nella prima parte di questo lavoro.
Concludendo, ci sembra che in questo momento storico-politico-economico investire sull’auto-aiuto sia un compito e una sfida per il servizio pubblico, i suoi professionisti, gli amministratori e politici. Un compito e una sfida che può apportare grande giovamento allo sviluppo di interventi e politiche per la salute. Compito di noi operatori è quello di far conoscere l’auto-aiuto, partecipando, aiutandolo a svilupparsi, promovendo politiche, progetti che lo comprendano e favoriscano. Ciascun soggetto implicato, professionista, amministratore politico, cittadino, è chiamato a farlo con la propria modalità, legata alla funzione svolta, al ruolo, alla sensibilità.
L’investimento nella metodologia del self-help rappresenta, così, una grossa opportunità, in grado di garantire un’adeguata ottimizzazione delle risorse conferite pur mantenendo un elevato standard di efficacia. Questo dato porta naturalmente in primo piano i meriti dell’auto-aiuto come strategia utile a fare fronte ad una tendenza, non solo italiana, verso la diminuzione delle risorse, mantenendo allo stesso tempo quel livello di qualità che gli interventi socio-sanitari meritano.
È ovvio che per far questo è necessario un cambiamento culturale del nostro modo di pensare circa la salute e il nostro sistema sanitario e sociale, un cambiamento che consenta
la partecipazione dei cittadini alla salvaguardia della propria salute e alla promozione della stessa nella comunità. Un ruolo attivo e integrato con quello dei servizi e sistemi professionali.

Massimo Cecchi, psicologo-psicoterapeuta
Fausto Petrini, psicologo,
Servizio Alcologico Territoriale UFMSERT/A- Ambulatorio Gioco d’Azzardo Patologico
Dipartimento Dipendenze - Azienda Sanitaria di Firenze
Coordinamento Gruppi di Auto-aiuto della Toscana
Coordinamento Nazionale delle Realtà di Auto-aiuto
Via Dell’Arcolaio N.2/A 50100 Firenze, Telefono 0556264065 Fax. 0556264060
1 Questo lavoro riassume alcuni interventi di uno degli autori, Massimo Cecchi, al VI° Convegno Nazionale delle Realtà Cdi Auto-aiuto e Auto-Mutuo-aiuto, Mostra Documentaria, “L’Auto-Aiuto nelle politiche di Welfare”, organizzato dal UILDM e dal Camap, che si è tenuto a Torino il 16/18 Maggio 2008 e al Convegno “Auto aiuto come risorsa: efficacia e necessità. Utilità e promozione di competenze, potenzialità e risorse dei gruppi di auto-aiuto” che i è tenuto a Bolzano il 12/9/2008, organizzato dal Servizio Gruppi di Auto-mutuo-aiuto della Federazione Provinciale Associazioni Sociali di Bolzano.
L’articolo, nell’analizzare vantaggi e prospettive di sviluppo dell’auto-aiuto, oscillerà necessariamente tra aspetti teorici e considerazioni di ordine pratico. Tale impostazione, che potrà renderlo “disomogeneo” alla lettura, oltre che riflettere la formazione e l’esperienza prevalentemente “clinica”, pragmatica degli autori, rappresenta, forse, una caratteristica dell’auto-aiuto stesso: la capacità di connettere gli aspetti metodologici con quelli della più genuina partecipazione. Una versione è stata pubblicata sul numero 2 della rivista Animazione Sociale del 2009.
2 Cecchi M., “La Metodica dell’Auto-Aiuto nelle Dipendenze e nella Multidimensionalità del Disagio”, (A cura di), ASL Firenze, Stabilimento Tipografico dei Comuni (Fo), Firenze 2005.
3 Focardi F., Gori F., Raspini R., “I gruppi di auto-aiuto in Italia: indagine conoscitiva”, In Briciole, Quaderni del CESVOT , 2006.
Gori F., Paoli G., “ Lo stato dell’arte dei gruppi di auto-aiuto e le nuove esperienze”, in “Il Seme e L’Albero”, 12-24, Fondazione A. Devoto, Firenze, 2008.
4Cecchi M., “Rapporti tra i gruppi di auto-aiuto, il mondo dei professionisti e le istituzioni: tra integrazione e conflittualità” in Il Seme e l’Albero, 30-37, Fondazione A. Devoto, Firenze, 2008. Vedi anche in Atti del Convegno “Auto-mutuo aiuto e professionalità nel lavoro sociale”, Bolzano 4/10/2005, Provincia Autonoma di Bolzano 2006.
5 Noventa A., “I gruppi di auto-aiuto. Una risorsa della comunità locale”, in “il Seme e l’albero” n.1, Firenze, 1993.
Noventa A., Nava R., Oliva F.: "Self-help", Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1990.
Folgheraiter F., Donati P., “Community care, teoria e pratica del lavoro sociale di rete”, Centro Studi "M.H.. Erickson ", Trento, 1991.
Folgheraiter F., “La Community Care nella prospettiva del lavoro di rete”, in Cecchi M., La Metodica dell’Auto-Aiuto nelle Dipendenze e nella Muldimensionalità del Disagio, (A cura di), ASL Firenze, Stabilimento Tipografico dei Comuni (Fo), Firenze 2005.
6 Nel settore delle dipendenze da sostanze psicoattive e in alcologia, in particolare, questa integrazione è promossa e auspicata in Italia già da molto tempo, anche sul piano legislativo (p.es.Legge 125/2001), e ha dato sviluppo al settore.

7Noventa A. “I Gruppi di Auto-Aiuto: concettualizzazione e realizzazione”, in Cecchi M., La Metodica dell’Auto-Aiuto nelle Dipendenze e nella Muldimensionalità del Disagio, (A cura di), ASL Firenze, Stabilimento Tipografico dei Comuni (Fo), Firenze 2005.
8Gielen P., “I gruppi di auto-aiuto in Europa: una visione generale”, in Atti del V° Convegno Nazionale delle Realtà di Auto-aiuto e Mostra Documentaria, “Cittadini in cammino:auto-aiuto e solidarietà”, Tip. Moderna, Ravenna, 2008.
9 Ibidem.
10La partecipazione dei professionisti a momenti organizzati dalle associazioni spesso non risulta facile visto che gli operatori pubblici sono legati ad orari di servizio e poco propensi ad adattarsi agli orari stabiliti da volontari, per esempio incontri dopo cena o di giorno festivo.
11Noventa A. in atti del VI° Convegno Nazionale delle Realtà di Auto-aiuto e Auto-Mutuo-aiuto, Mostra Documentaria, “L’Auto-Aiuto nelle politiche di Welfare”, organizzato dal UILDM e dal Camap, Torino 16/18 Maggio 2008, in press.
12Le indicazioni contenute nella “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, n. 328/2000 a cui faremo altri riferimenti successivamente, potrebbero fornire il contesto di riferimento per realizzare interventi formativi in grado di integrare e non omogeneizzare i due ordini di conoscenze provenienti dal settore sanitario e da quello dell’auto-aiuto. Nel contempo la formazione stessa potrebbe rappresentare una modalità di concretizzare le indicazioni di integrazione insite nelle legge stessa.
13 Ci sono operatori del servizio pubblico che, pur non condividono il disagio espresso dai loro pazienti/utenti, ma avendo conosciuto e apprezzato il self-help, si sentono di fare questa esperienza. Sicuramente essa risulterà per loro molto importante sia dal punto di vista umano che professionale. I
n realtà in fatto di non avere un disagio è qualcosa di relativo: siamo tutti, almeno, familiari di qualcuno in disagio o lo siamo noi direttamente o lo saremo. Un giorno potremo far parte di un gruppo come membri. Abbiamo incontrato non pochi professionisti che, in un momento della propria vita, si sono trovati ad avere bisogno di aiuto e avendo esperienza di auto-aiuto, si sono rivolti ai gruppi come “utenti” ottenendo le risposte che i servizi non davano, almeno completamente.
14 L’Associazione AMA di Trento e la Fondazione A. Devoto di Firenze, rispondono a queste caratteristiche e da molti anni si sono poste come un riferimento a livello nazionale per i gruppi e le altre associazioni.
15 Un esperienza già attiva in Italia è rappresentata dal Servizio per i Gruppi di Auto-mutuo-aiuto della Federazione Provinciale delle Associazioni Sociali di Bolzano.
16Mezzani L., Bruni S., “Gruppi di auto-aiuto nella realtà europea”, in Cecchi M., “La Metodica dell’Auto-Aiuto nelle Dipendenze e nella Muldimensionalità del Disagio”, (A cura di), ASL Firenze, Stabilimento Tipografico dei Comuni (Fo), 223-225, Firenze, 2005.
17 Gielen P., “I gruppi di auto-aiuto in Europa: una visione generale”, in Atti del V° Convegno Nazionale delle Realtà di Auto-aiuto e Mostra Documentaria, “Cittadini in cammino:auto-aiuto e solidarietà”, Tip. Moderna, Ravenna, 2008.
18 Per una descrizione approfondita del funzionamento dei Centri Servizi per il volontariato si può fare riferimento al “Decreto Ministeriale 8/10/1997: “Modalità per la costituzione dei fondi speciali per il volontariato presso le regioni”. Gazzetta Ufficiale n. 241 del 15/10/1997.
19Danesi P., “Tavola rotonda: auto-aiuto e volontariato”, in Atti del V° Convegno Nazionale delle Realtà di Auto-aiuto e Mostra Documentaria, “Cittadini in cammino:auto-aiuto e solidarietà”, Tip. Moderna, Ravenna, 2008.
20 Va ricordata l’esistenza di normative regionali legate a contesti di intervento specifici e “tradizionali”, per i gruppi di auto-aiuto quali quelle riferite alle Problematiche Alcol Correlate, che hanno da tempo contemplato e riconosciuto i gruppi. Un esempio è costituito dall’ Azione Programmata della Regione Toscana “Organizzazione dei Servizi Alcologici” Del. n. 281 del 15/9/98.
21 Legge n. 266/1991: “Legge quadro sul Volontariato”. Gazzetta Ufficiale 22/8/1991 n. 196. www.volontariato.org/leggequadro.htm; pagina disponibile il 28/11/2008.
22 Legge n. 328/2000: “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”. Gazzetta Ufficiale n. 265 del 13/11/2000; Supplemento Ordinario n. 186. www.parlamento.it/leggi/00328l.htm; pagina disponibile il 27/11/2008.
23 Devoto A., “I gruppi di auto-aiuto e la rete sociale”,in M.Cecchi (a cura di); La metodica dell’auto-aiuto nelle dipendenze e nella multidimensionalità del disagio. Stabilimento Tipografico dei Comuni, Forlì, 2005.
24Qualcosa di simile, a nostro avviso, è già avvenuto riguardo le Comunità terapeutiche, nel settore delle tossicodipendenze.
25 Grosso L., in atti del VI° Convegno Nazionale delle Realtà di Auto-aiuto e Auto-Mutuo-aiuto, Mostra Documentaria, “L’Auto-Aiuto nelle politiche di Welfare”, organizzato dal UILDM e dal Camap, Torino 16/18 Maggio 2008, in press.

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